In attesa degli esiti - incerti - del vertice sul clima, una riflessione sul Premio Nobel per la Pace al Presidente USA.
Che il premo Nobel sia politicizzato è un dato di fatto e che quello per la pace il più facile ai condizionamenti del “politically correct” è altrettanto risaputo, almeno da quando esso è stato assegnato a Rabin e Bush per la pace, mai fatta, in Palestina.
Nell'esempio potrebbe starci benissimo quello alla letteratura a Dario Fo, che tutti amiamo, il quale sembra più essere stato premiato come lancio e sostegno ad un traballante governo italiano di centro sinistra più che nel rispetto della finalità letteraria del premio.
Così nella scelta di Obama forse ha pesato di più la volontà di premiare l'evento del primo afroamericano presidente della più potente, e certo fino a poco tempo fa, razzista nazione del mondo, in buona competizione con Israele su questo secondo punto, che non un fatto specifico compiuto dallo stesso, anche per il poco tempo trascorso dalla sua elezione...
Gioco forza destinargli il premio alla pace, l'unico veramente gestibile in maniera totalmente politica, perchè Fo le commedie le aveva pur scritte, ma Obama non aveva nulla da spendere.
Il destino, il caso, o forse semplicemente l'inevitabile trascorrere della tempo, ha così voluto che a ricevere il premio della Pace fosse quel Presidente che aveva appena stabilito di aumentare il numero dei soldati impegnati nell'ennesima guerra che gli Usa stanno combattendo, ininterrottamente e in varie nazioni del pianeta, dalla ipotetica fine della seconda mondiale.
Con piglio tipico statunitense, il neopremiato non si è nascosto dietro le parole e da vero calvinista (di formazione se non di credo), ha affermato l' unica cosa che poteva dire, e cioè che se le guerre sono giuste vanno combattute. Peccato che quelle parole sono le stesse, nel contenuto se non nella forma, che ogni capo di governo, ogni dittatore, ogni generale dice prima di intraprendere un qualsivoglia atto di guerra: chi dirà mai di volere una guerra ingiusta? Chi avrà mai chiesto il possibile sacrificio della vita per sostenere un'ingiustizia?
Da sempre chi chiama alla guerra lo fa nel senso della propria ragione, la più facile è "la difesa della civiltà contro la barbarie", e l'ideologia della guerra giusta si è sviluppata dai capi tribù preistorici ai romani agli attuali statunitensi, tutti e sempre nel nome della 'giustizia'.
Peccato che le armi portino sempre lutti e dolori non solo per coloro che devono essere educati alla democrazia o 'liberati', sempre a colpi di bombe e di mortaio, ma anche tra le fila dei cosiddetti liberatori: i reduci statunitensi delle tante guerre costituiscono un problema al ritorno in patria ma, si sa come vanno le cose in quel Paese: se non diventano un fatto pubblico e collettivo, le sofferenze psichiche e le mutilazioni sono destinate ad essere un peso individuale e familiare, con buona pace di tutti (come del resto è anche in Italia, si veda la questione relativa alle malattie dei soldati rientrati dalle varie 'missioni di pace', intossicati dall'uranio impoverito e da altre sostanze tossiche presenti sui vari campi di battaglia).
Nel riconoscere in Obama una novità per l'amministrazione statunitense e nello sperare che le sue azioni portino a un mutamento del clima politico in quella nazione e in tutto il mondo, non resta però che augurarci che nel futuro le scelte “politiche” per il premio all'impegno per la pace non portino a premiare chi mette aggettivi dietro alla parola guerra e che il premio alla pace sia dato a chi la vuole realizzare senza le armi e che pensa che la guerra non vada mai fatta, senza se e senza ma, iniziando dallo spostare risorse finanziarie e umane dal settore bellico a quello di protezione civile, sanitario, scolastico, eccetera.
Questo è il nostro, umilissimo, pensiero su Obama e il nobel.
Enrico Moriconi